Nel 2014 un team di ricercatori del West Virginia University Center for Alternative Fuels Engines and Emissions, nel corso di alcuni test su strada eseguiti su incarico dell'International Council on Clean Transportation degli Stati Uniti, fece una scoperta incredibile: i veicoli diesel prodotti da Volkswagen emettevano livelli di ossido di azoto ben superiori rispetto ai limiti stabiliti dalla legge. 
Questa rivelazione scatenò uno dei più grandi scandali del settore automobilistico della storia recente, che i media ribattezzarono “Dieselgate”.
La casa automobilistica tedesca ammise di aver installato sui suoi veicoli un software segreto per manipolare i test delle emissioni, presentando un'immagine di sostenibilità ambientale che non corrispondeva alla realtà. Le ripercussioni, soprattutto nell’immediato, furono devastanti.

Nel settembre del 2015, a pochi mesi dalla rivelazione delle irregolarità, il valore delle azioni di Volkswagen crollò di quasi il 40% alla Borsa di Francoforte. Le immatricolazioni a livello mondiale, a ottobre di quello stesso anno, segnarono una flessione del 5,3% (pari a circa 490.000 veicoli in meno venduti).
E il danno reputazionale, soprattutto in termini di immagine, fu enorme: nel 2020 l’azienda tedesca confessò di aver speso oltre 32 miliardi di euro in multe, risarcimenti (anche agli investitori), spese legali e riadattamenti delle vetture.

Ma anche i consumatori, cioè i proprietari dei quasi 11 milioni di veicoli “contraffatti” (a livello globale) subirono delle conseguenze.
Volkswagen, infatti, fu costretta a richiamare tutti i veicoli con motore diesel coinvolti nelle irregolarità per sostituire i software manipolati e ripristinare i sistemi di controllo delle emissioni. Solo in Italia, questa situazione impattò su oltre 709 mila proprietari. E alcuni di loro lamentarono che, dopo l'intervento, le prestazioni del motore erano diminuite e i consumi aumentati.

Dalle cronache leggiamo sempre più spesso di casi simili di “green washing” (neologismo inglese che letteralmente significa “inverdire” qualcosa che “verde” non è) in cui alcune aziende si presentano come sostenibili senza in realtà esserlo davvero.
Ma non sempre ci soffermiamo a pensare agli effetti che queste pratiche di comunicazione scorrette possono causare non solo sull’immagine di un brand o di una società, ma anche sui suoi utili e sugli stessi consumatori finali

Che cos'è lo spoofing?

Lo spoofing (o caller id spoofing, fake caller id, email spoofing, ecc.) è una tecnica che consiste nella falsificazione del mittente nelle comunicazioni via SMS, CHIAMATA o via EMAIL.
 

In tutti e tre i casi, la vittima vede comparire il contatto del proprio Istituto di Credito, un numero di telefono conosciuto, o qualsivoglia testo noto, quando in realtà è il criminale ad agire oscurando il proprio contatto originale. 
Un attacco di spoofing è sempre basato sull’ingegneria sociale: il truffatore, dopo aver oscurato la sua vera identità, studia la vittima e cerca di fare leva sui suoi punti di debolezza, come ad esempio la paura o l’ingenuità.

 

Come funziona?

Falsificazione del numero di telefono

Le compagnie telefoniche utilizzano un campo identificativo denominato “Calling Line IDentifier (CLI)” che consente ai propri clienti di visualizzare il numero in ingresso in caso di chiamata/sms.

Oggi quasi tutti gli smartphone sono dotati di un sistema operativo e di una linea compatibili alla visualizzazione di tale dato. Lo spoofing interviene proprio sulla manomissione del CLI (detto anche “Caller ID”).
Il frodatore modifica il proprio numero e la vittima lo vede apparire sotto il nominativo/numero di un’altra persona o istituto.

L’evoluzione della rendicontazione

Per tentare di ovviare a questo problema viene in aiuto la legge che sta appunto trasformando la rendicontazione della sostenibilità fatta dalle imprese da un'iniziativa volontaria a una prassi obbligatoria, anche per quelle di piccole dimensioni.
L’obiettivo è semplice: uniformare le varie informative a standard ben definiti rendendo più facile identificare i casi di greenwashing e adeguare gli standard di rendicontazione alle normative internazionali.

Per questo, dal 2025, le aziende più grandi per prime dovranno pubblicare obbligatoriamente il loro bilancio di sostenibilità (riferito quindi all’anno di esercizio 2024), utilizzando i più stringenti e dettagliati European Sustainability Reporting Standards (ESRS) imposti dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) approvata nel 2023.

Mentre l’introduzione dell’obbligo per le aziende di dimensioni più contenute avverrà in maniera scaglionata. Questo significa che le PMI quotate dovranno pubblicare il report per l'esercizio 2026 nel corso del 2027, con la possibilità aggiuntiva di optare per un reporting semplificato.

Recentemente, infatti, l'Unione Europea ha introdotto il "Pacchetto Omnibus" con l'obiettivo di semplificare gli obblighi di rendicontazione per le piccole e medie imprese, esentando molte di piccole dimensioni dall'obbligo di rendicontazione obbligatoria.
Tuttavia, le PMI possono comunque scegliere di adottare pratiche di rendicontazione volontaria per migliorare la loro trasparenza in questo ambito, con tutti i benefici connessi che questo comporta.

L’importanza della trasparenza per i consumatori


È innegabile che quando si parla di sostenibilità, anche la trasparenza, cioè il modo in cui la si racconta all’esterno, rappresenti un elemento cruciale. Perché, come si è visto, i danni derivanti da pratiche commerciali scorrette possono ripercuotersi pesantemente sulla redditività e sulla competitività di una impresa.
E, dall’altro lato, pesare anche sui consumatori che in questo modo non possono distinguere la qualità di ciò che stanno acquistando, rischiando invece di sentirsi ingannati, soprattutto se hanno dovuto pagare un “sovrapprezzo” per comprare un prodotto o un servizio “green” solo sulla carta.

Uno studio recente della società di consulenza internazionale PwC, ha infatti sottolineato che una parte significativa di consumatori è disposta a spendere di più per prodotti o servizi considerati sostenibili.
L’80% degli acquirenti si è dichiarato pronto a pagare un prezzo maggiore per un'esperienza più “green”. Arrivando a spendere fino a una media di quasi il 10% in più.

Nel caso di aziende specializzate in servizi non tangibili, come la telefonia o la fornitura di servizi di luce e gas, poi, le ripercussioni sui consumatori possono essere ancora più impattanti, minando la loro fiducia e creando un senso di disagio dovuto al fatto che hanno visto “tradito” il loro desiderio di acquistare un servizio che fa bene al pianeta, senza in realtà riuscire in questo scopo.

Tutti questi rischi, poi, sono amplificati se si tratta di società finanziarie, cioè di aziende che gestiscono il denaro degli utenti e per conto loro dispongono investimenti in strumenti cosiddetti “Esg”.

Ma non sempre è facile distinguere le imprese sostenibili da quelle che, in realtà, non lo sono. E, soprattutto, spesso è difficile riconoscere le certificazioni autentiche dalle auto-dichiarazioni più o meno ingannevoli o non verificabili.
Infatti, il Global ESG Monitor di SEC Newgate pubblicato lo scorso ottobre, ha rilevato che gli italiani risultano essere ancora piuttosto scettici nei confronti della trasparenza e dell’effettivo impegno delle imprese in questo ambito.
Il 40% degli intervistati (contro una media globale del 44%) ha dichiarato di non fidarsi delle dichiarazioni aziendali riguardo alle loro attività ESG.

Le aziende “green” guadagnano di più

Non c’è dubbio che una migliore trasparenza in tema di sostenibilità ambientale porti numerosi vantaggi anche alle imprese. Non solo in termini di reputazione e immagine, ma anche di profitti.

Secondo una recente ricerca pubblicata da Consob nel 2024 le pratiche sostenibili, infatti, possono influire positivamente sulla performance finanziaria di una azienda. Lo studio, condotto su oltre 850 società europee e statunitensi tra il 2007 e il 2021, infatti, evidenzia una correlazione positiva tra i punteggi ESG (acronimo che sintetizza il profilo di sostenibilità dell’impresa) e l'EBIT, vale a dire l’utile operativo di una società. Soprattutto in un’epoca come la nostra in cui queste tematiche sono diventate priorità crescenti per i consumatori, soprattutto per quelli più giovani.
Collegamento di esempio
L’87% delle società intervistate sono convinte che rendere il loro business attento all’ambiente sia un elemento di vantaggio competitivo sul mercato nel medio-lungo termine.*
L’80% delle aziende ha affermato di avere avviato un piano di sostenibilità con obiettivi specifici.*
Il 65% ha definito azioni concrete per mitigare gli effetti del cambiamento climatico*
Quasi il 60% dei rispondenti ha dichiarato di prevedere al proprio interno una funzione CSR (Corporate Social Responsibility) o legata alla sostenibilità*

*fonte: studio “Seize the Change” di Ernst&Young Italia


Per questo, le imprese di qualsiasi settore stanno investendo sempre di più per rendere il loro business attento all’ambiente, convinte che si tratti di un elemento di vantaggio competitivo sul mercato nel medio-lungo termine.
A pensarla così è l’87% delle società intervistate nell’ultima edizione dello studio “Seize the Change” di Ernst&Young Italia pubblicato un anno fa.
La ricerca ha poi evidenziato che circa l’80% delle aziende ha affermato di avere avviato un piano di sostenibilità con obiettivi specifici (il 10% in più rispetto alla precedente rilevazione del 2023). Mentre il 65% ha definito azioni concrete per mitigare gli effetti del cambiamento climatico: erano solo il 38% nel 2022.
Le azioni più significative avviate sono legate alla riduzione delle emissioni e alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Mentre quasi il 60% dei rispondenti ha dichiarato di prevedere al proprio interno una funzione CSR (Corporate Social Responsibility) o legata alla sostenibilità, in aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.

Come difendersi

 

Se per le email basta qualche accortezza in più per rilevare un caso di falso, per quanto riguarda sms e chiamate, il destinatario non ha alcuna possibilità di difendersi.

L’unico vero strumento di difesa contro lo spoofing è prestare la massima attenzione al contenuto delle comunicazioni e diffidare sempre.
 

La Banca non chiederà mai di inserire credenziali a seguito di un click via SMS o email, né chiederà mai password, pin o codici otp via telefono.
 

Inoltre è sempre buona abitudine notare eventuali errori grammaticali, indice di una contraffazione del contenuto del messaggio.

 

Alcuni consigli:

  1. non dare per scontato che il nome letto sul telefono sia effettivamente autentico;
  2. ricordati che chiunque sul web è in grado di fingersi qualcun altro;
  3. resta sempre aggiornato: ultimamente le truffe avvengono con intensità crescente via telefono, quindi conoscere queste informazioni ti aiuta a prestare più attenzione e ridurre il rischio di frode;
  4. fai sempre attenzione ai principali segnali di riconoscimento del phishing: indirizzi email strani, allegati non attesi, senso di urgenza, link sconosciuti, messaggi sgrammaticati.

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